Connect with us

Eventi

Bengala a Palermo, riaccende i cuori e l’anima

Published

on

E’ un esplosione di colori e musica questo originale spettacolo prodotto dal teatro Biondo di Palermo. Eroica è la sua direttrice Pamela Villoresi che ha scelto la cavea ricavata nei pressi dell’atrio di palazzo Riso per ambientarlo. Le scene di #bengalaapalermo si fondono con il contesto; le ha immaginate il regista Marco Carniti che si è avvalso della preziosa collaborazione degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, sotto la supervisione dell’insegnante Valentina Console. Le musiche ricercate e di grande effetto avvolgono come in un abbraccio l’intera dimora di fine settecento dei Principi Ventimiglia di Belmonte, che ne fecero la loro residenza privata, perfetta magnificenza tardo barocca. Doveva debuttare nel 2020 ma la pandemia lo ha bloccato. Un anno di prove a intermittenza e alla fine solo un’artista visionaria e di gra   nde talento come Pamela Villoresi poteva indicarlo come il simbolo della ripartenza, per celebrare l’accoglienza e la bellezza di una comunità, quella bengalese, che per dirla con le parole di Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo“rappresenta una parte importante del grande mosaico di culture e sensibilità presenti a Palermo”. E’ la comunità straniera più rappresentata in città con circa 5.300 persone, pari ad oltre il 20% di tutti i cittadini stranieri residenti. La storia è quella di Deeti, l’esordiente Priyanka Datta, una ragazza bengalese che ama il giovane puparo palermitano Vito ma che la cultura del paese d’origine la condanna a sposare il cugino. Mentre assisti allo spettacolo ti viene subito in mente il caso di Saman Abbas, la 18enne scomparsa a Novellara dopo essersi opposta a un matrimonio combinato. Tra le giovani donne bengalesi esiste la paura di essere rimandate in Bangladesh per sposare un uomo che non conoscono. E spesso scegliere il compagno di vita significa perdere il rapporto con la famiglia e essere esclusi dall’intera comunità. Ecco perché qualche anno fa la seconda e terza generazione ha deciso di creare un comitato contro le nozze combinate. Solo la leggerezza di questo spettacolo alla fine ti porta a riflettere su questa triste condizione. Lo sa bene la drammaturga Daniela Morelli che ha scritto i testi immaginando e disegnando come su una tavola per fumetti tanti personaggi, i tre figli della famiglia bengalese di commercianti, con una sempre brava Stefania Blandeburgo ingabbiata in un ruolo della mamma “bigotta” che si oppone alla storia d’amore della protagonista e il ricercato ruolo di Giuseppe Provinzano, reale e vero nell’incarnare lo straniero in terra di Sicilia.
E’ orgoglioso della sua fucina teatrale dello Spazio Franco grazie al progetto #Amunì. Suoi sono 4 degli attori, e a fine spettacolo ci dice che sognava di farli debuttare fin dal 2017 quando partì questo laboratorio di formazione ai mestieri dello spettacolo dal vivo per richiedenti asilo, rifugiati, migranti di seconda generazione. Si muovono liberi e pieni di energia sul palco in una scenografia minimalista ma di grande effetto grazie al lavoro di Sergio Beghi. Tanti i personaggi tratteggiati dalla regia di Carniti, l’artista di strada africano, la ragazza pugile e su una torre come una regina c’è l’aristocratica Bibì, la bravissima attrice teatrale Erika Urban formatasi con Luca Ronconi. La sua storia è malinconica, con una infanzia legata all’amore della sua vita, un giovane pescatore. Anche lei era stata promessa a un ricco ereditiero. Bibi è il collante con Santa Rosalia. La scrittrice dei testi a tratteggiato i personaggi dopo avere a lungo ascoltato le storie popolari e il leggendario mondo dei lascari, i marinai della Compagnia delle Indie.
L’altro protagonista è proprio un lascaro, Jodu, il bravissimo Luigi Tabita con una voce possente che duetta spesso con Mario Incudine, quest’ultimo si muove a metà tra la cavea e il palco. Sullo sfondo scorrono 🎥 le immagini realizzate da Federico Savonitto e Camilla Iannetti, ex allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo #cscsicilia, che la Villoresi ha voluto come partner istituzionale dello spettacolo. Il finale con il matrimonio bengalese è pieno di brio e colori. Le musiche originali di Mario Incudine impreziosiscono lo spettacolo, a volte sembrano simili a una preghiera, come lo erano le nenie bangla del passato. E’ come se lo spettatore facesse un bagno spirituale, non a caso in un brano viene citato il fiume sacro del Gange. Il maestro Vasta con la filarmonica intona note di canzoni popolari dal sapore folk e si ha la sensazione di vivere una sorta di lode agli Dei della religione indù, inno simbiotico alla creazione e alla rinascita.
Bengala a Palermo si replica oggi e domani. Un ringraziamento particolare a Ezio Trapani.
di Daniela Morelli, regia Marco Carniti; con (in ordine alfabetico) Stefania Blandeburgo, Mario Incudine, Luigi Tabita, Erika Urban e con Aurora Cimino, Priyanka Datta, Bandjougou Diawara, Alexsia Edman, Jean-Mathieu Marie, Salvatore Lupo, David Marzi, Giuseppe Provinzano; musiche Mario Incudine, eseguite dal vivo da Mario Incudine, Lavinia Mancusi, Antonio Vasta
coordinamento scultura Giacomo Rizzo; progettazione Chiara Mirabella, Federica Migliaccio, realizzazione scultorea Maria Tindara Azzaro, Emanuele Lisciandrello, Rosalia Miceli,
Clara Nigito, Miriam Taverna; realizzazione pittorica Giuseppe Ciaccio, Paula Carrascal
realizzazione attrezzeria Alessandra Guagliardito, Claudia Saccullo; costumi Ottavio Ananialuci Marco Santoro; video Camilla Iannetti e Federico Savonitto in collaborazione con Centro Sperimentale di Cinematografia – Sede Sicilia; aiuti regia Fred Santambrogio, Giuseppe Provinzano; assistente ai costumi Noemi Mazzocchi; direttore di scena Sergio Beghi; coordinatore dei servizi tecnici Giuseppe Baiamonte; macchinisti Giuseppe Macaluso, Fabio Maiorana; elettricista Mario Schillaci; capo reparto fonici Pippo Alterno; fonico Manfredi Di Giovanni; capo sarta Erina Agnello; sarta Caterina Ingrassia; produzione Teatro Biondo Palermo in collaborazione con Progetto Amunì🇧🇩

Eventi

Il Carnevale Del RIOne Noce

Published

on

Il quartiere Noce ha vissuto una giornata indimenticabile con la VII edizione del Carnevale Del RIOne Noce. Studenti, docenti e genitori hanno inondato le vie del quartiere con maschere, musiche e colori, trasformando le strade in un grande teatro a cielo aperto. L’entusiasmo ha contagiato tutti: dai genitori che hanno partecipato al corteo con gioia insieme ai loro figli, ai residenti che, affacciati ai balconi, hanno applaudito e celebrato questa grande festa di comunità.

I carri

Quattro carri allegorici hanno attraversato le strade del quartiere, portando messaggi di inclusione, creatività e partecipazione. Ad aprire il corteo, il carro su “Il diritto alla parola”, ideato da DamianoGiordano, che ha guidato la parata con il suo potente simbolo di libertà d’espressione. Un’opera Che Ha emozionato e stimolato la riflessione di chi ha partecipato al corteo.

“Vedere le strade piene di persone che vivono il quartiere con entusiasmo è stata una grande emozione – ha raccontato un genitore presente alla manifestazione – Questa è la dimostrazione che la cultura e l’arte possono unire e creare un forte senso di appartenenza”.

“Il Carnevale del RIOne Noce è giunto alla sua settima edizione – racconta Alessandra Viola, dell’associazione ‘a Strummula – e ogni anno la partecipazione dei bambini, dei ragazzi, degli
insegnanti, dei genitori e dei residenti del quartiere è sempre più calorosa. Ormai è diventato un appuntamento attesissimo! Il Carnevale nasce da un’idea del 2015 e si concretizza con il progetto Diritti in maschera’ nel 2016. Da allora, ogni anno è un evento che vede coinvolti a vari livelli bambini, ragazzi e insegnanti in percorsi formativi durante i quali si riflette sui diritti della Convenzione ONU.

Il diritto all’espressione

Quest’anno il tema è il diritto all’espressione, il diritto a esprimere idee e opinioni con ogni forma e mezzo a propria disposizione. Il carro principale di quest’anno rappresenta proprio questo, e la struttura è stata realizzata da un giovane artista che collabora con l’associazione ‘a Strummula, da quando era ancora un liceale. Damiano Giordano ha contribuito alla realizzazione del carro con l’aiuto dei bambini e delle bambine della De Amicis – Da Vinci che hanno realizzato delle sculture di cartapesta all’interno del laboratorio Le sculture dei diritti”.
“Vari rappresentanti politici della circoscrizione e del Comune di Palermo quest’anno hanno partecipato al Carnevale del RIOne Noce – racconta Salvo Massa, presidente dell’associazione ‘aStrummula. Mi immagino che la loro partecipazione abbia contribuito a rafforzare la loro attenzione ai bisogni educativi della comunità e che questa si traduca in un impegno all’ascolto e all’attuazione di politiche volte a garantire i diritti non ancora riconosciuti, ma di cui sono ampiamente
consapevoli i bambini e le bambine del quartiere, grazie al lavoro della comunità educante attiva nel quartiere. Ci aspettiamo inoltre atti politici concreti che possano contribuire a dare continuità Diritti In maschera, che ormai cresce anno dopo anno”.

Anche la dirigente scolastica Genco ha espresso grande soddisfazione per l’evento: “È Un Bilancio Assolutamente positivo, e lo si può vedere dai sorrisi dei bambini e dei ragazzi, ma anche nella gente affacciata ai balconi. È un evento atteso da tutto il quartiere, da tutta la comunità, ed è diventato anche un riferimento per la città.

Oggi abbiamo ospitato anche delle delegazioni della scuola Maneri Ingrassia e altre scuole del quartiere Zisa. È con iniziative come questa che un quartiere periferico diventa centro della città. Siamo orgogliosi anche perché questo è un carnevale dei diritti. Ed esserne consapevoli rende tutti più felici”. Il Carnevale del RIOne Noce si conferma così un evento atteso e sentito, capace di coinvolgere tutta la comunità in una festa che va oltre la celebrazione: è un’esperienza di crescita, educazione e partecipazione attiva. Appuntamento al prossimo anno per un’altra esplosione di colori, musica e allegria!

 

 

Continue Reading

Arianna Scinardo

Picasso, lo straniero, viaggio nelle memorie

Published

on

“Straniero”, è la condizione di un grande artista, Picasso, che attraverso le sue opere ha saputo plasmare la propria identità. La mostra a Palazzo Reale ne magnifica il percorso umano e artistico che comincia con una luce soffusa e calda, suoni indistinti, ritratti di volti appesi al soffitto e l’immagine di un giovane spagnolo che appare spaesato al suo arrivo a Parigi a inizio secolo.

Annie Cohen-Solal, storica e saggista, curatrice della mostra, conduce il visitatore nelle memorie di un grande artista attraverso l’esposizione di novanta opere, concesse dal Musée national Picasso-Paris di cui Cécile Debray è presidente.

A 50 anni dalla morte

A cinquant’anni dalla scomparsa di Picasso, la curatrice ne racconta la vita da un punto di vista inedito, mettendo in evidenza censure e persecuzioni ma anche influenze e passioni.  I molteplici elementi presenti nelle sale contribuiscono ad accrescere, nel visitatore, un senso di smarrimento, si ha la sensazione di diventare subito “stranieri”, ai margini di un’unità spazio-temporale sospesa.

Si respira un malinconico senso di distacco quando ci si immerge nelle lettere della mamma di Picasso, lette e diffuse in sala da altoparlanti, e ancora spiccano le fotografie dell’artista insieme ai suoi amici, i documenti personali di un “anarchico”, i video di una realtà storica che non appartiene alla contemporaneità.

Durante questo percorso che anche sensoriale, il visitatore avverte la sensazione di sentirsi estraneo nella contemplazione di quadri, sculture, disegni e ceramiche di “un uomo che vede la realtà diversamente da come tutti la guardano”, così scrisse di Picasso Gertrude Stein, sua amica personale.

La mostra

La mostra è di grande impatto visivo, i pannelli espositivi sono ben curati, il percorso è intuitivo e conduce il visitatore verso un graduale coinvolgimento conoscitivo ed emotivo.

Il progetto segue la traiettoria artistica e politica di Picasso che si dimostra essere in linea con la città di Milano che “cresce e si afferma come grande polo culturale grazie alla capacità di accogliere chi è straniero”, ha dichiarato a margine dell’inaugurazione il sindaco Giuseppe Sala. È questa infatti la visione di una città che vuole offrire occasioni di espressione e di dialogo tra diverse culture, garantendo una crescita progressiva per l’individuo e la società.

Arianna Scinardo

 

Continue Reading

Arianna Scinardo

Pupi Avati e il conformismo

Published

on

Pupi Avati, o “l’anticonformismo del conformismo”

La presentazione del volume ‘Pupi Avati fuori dal cinema italiano’ al Museo Etrusco di Roma, alla presenza dei fratelli Avati. Steve Della Casa intervista il regista e l’autore del libro, Massimiliano Perrotta

“Il mio libro inizia con una cena a casa di Laura Betti, dove Pupi Avati era appena arrivato da Bologna con due film che erano andati male. E proprio lì, dove c’erano Bellocchio, Bertolucci, Moravia, Pasolini… gli scappò detto ‘io sono democristiano’: la cosa più conformista, che però in quel consesso coincideva col massimo dell’eresia. Su questo paradosso, su questa contraddizione, lui ha costruito la sua carriera e io ho costruito il mio libro”.

Così Massimiliano Perrotta presenta al pubblico il suo Pupi Avati fuori dal cinema italiano in una gremita Sala della Fortuna del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma. Una biografia decisamente sui generis, appena uscita con Edizioni Sabinae, che in otto capitoli raccoglie altrettanti articoli già pubblicati dall’autore catanese sull’’Huffington Post’. Accanto a lui il regista, fresco della Laurea ad Honorem in Italianistica appena conferitagli all’Università Roma Tre, mentre in prima fila siede l’inseparabile fratello, Antonio Avati.

A moderare l’incontro è Steve della Casa, critico cinematografico e direttore artistico, storico conduttore radiofonico di ‘Hollywood Party’ nonché regista, autore e Conservatore della Cineteca Nazionale.

L’anticonformismo del conformismo è la chiave di lettura che il libro dà alla carriera di Pupi Avati”, rimarca Della Casa, dopo aver presentato il regista, accolto da un lungo applauso, come ‘il più grande affabulatore che ho conosciuto nella mia carriera’: “una carriera che ha parecchi punti che sorprendono, come dimostra il volume stesso. Ad esempio quando qualche anno fa ho scoperto che gran parte dell’ultimo film di Pasolini, Salò, è stato scritto da Pupi Avati, rispetto ai suoi lavori successivi mi sembrava una cosa eccentrica. Invece poi non lo è affatto. Questo libro è molto interessante e controcorrente, perché è una biografia non esaltatoria del soggetto e non ha un’esigenza di completezza: racconta un preciso punto, la posizione eccentrica di Pupi Avati all’interno della galassia del cinema italiano”.

“Il libro di Massimiliano (Perrotta, ndr) apre con la storia di quella cena, ma non è che io sono arrivato là e ho detto così, dal nulla, ‘sono democristiano’”, precisa ridendo Pupi Avati, che prende la parola confermandosi esattamente nel ruolo in cui è stato presentato e snocciolando anche in questa occasione decine di aneddoti più che divertenti sui suoi 85 anni di vita, di famiglia e di cinema, spesso mimando il racconto la voce con vere e proprie gag.

“Quello era il risultato di una serie di considerazioni di noi che arriviamo a Roma (io e mio fratello Antonio, ndr) con due ‘cadaveri’ di insuccessi, come allora si diceva”, continua il regista. “Anche dietro alla stessa scelta di questo piccolo nome, ‘Pupi’ Avati, c’era una cultura, un mondo, dei genitori, dei nonni, delle zie, la campagna vissuta nel primo dopoguerra… C’erano le favole contadine terrorizzanti che ci raccontavano prima di andare a letto nelle camere scricchiolantissime, come la favola del ‘prete donna’… E poi c’era la chiesa, l’educazione cattolica preconciliare, piena di inferno e di diavolo dappertutto. Ecco, avendo tenuto dentro di me con riconoscenza quell’immaginario che si è andato a formare laggiù, in quel tempo remoto, con una grande nostalgia… Perché allora non c’era niente, a parte i campi… E allora riempivi quel niente con l’immaginazione, col racconto orale, che era fondamentale. Magari alcuni dei miei parenti erano pressoché analfabeti, non avrebbero mai saputo scrivere… ma sapevano raccontare. E saper raccontare – come sapeva fare nostra madre, una narratrice fantastica, che da quando salivamo in macchina da via Saragozza a Bologna fino a Roma non si interrompeva un minuto – era una cosa preziosissima. Questa è l’Italia dalla quale vengo, che non aveva quasi nulla, ma aveva tantissimo, perché ti permetteva di immaginare, che oggi è una cosa quasi proibita”.

Tornando al libro, anche per chi non abbia letto in precedenza i suoi articoli online, lo stile del racconto di Perrotta appare esplicito fin dalle prime pagine e non lesina – ora qua ora là – personalissimi epiteti ai grandi maestri della settima arte, destinati a far discutere. Ma anche nei titoli scelti per dividere il volume: si va da Un democristiano nel salotto – dove si racconta la famosa cena di cui sopra – per poi passare a Il Truffaut dell’Italietta, La poesia democristiana, o Agli antipodi del fighettismo, all’interno del quale, ad esempio, l’autore scrive: “Glamour: ecco una parola che non si addice al cinema di Pupi Avati. Egli si colloca agli antipodi del fighettismo artistico e di quello sociale (…). Mentre il fighettismo idolatra i vincenti, Avati simpatizza per i candidi, per gli insicuri, per gli sfigati”.

“Pupi Avati è fuori dal cinema italiano per una ontologica estraneità agli schemi culturali che nell’ultimo mezzo secolo lo hanno dominato”, scrive ancora Perrotta nel primo capitolo: “non ha fede nella storia, non crede nel progresso, non lotta contro il potere, non gli interessano i temi sociali, non si batte per le nobili cause, non vuole denunciare nulla, non racconta la crisi dell’Occidente, non segue le mode, non ostenta citazioni, non è laico. Per la stessa ragione il cinema italiano ama poco Pupi Avati: lo tratta con condiscendenza, premia raramente i suoi film, fatica a riconoscergli lo status di autore con la a maiuscola. (…). Il cinema di Pupi Avati non va rivalutato o sdoganato: va letto con occhi vergini, con occhi postnovecenteschi, con gli occhi di domani”.

“Il cinema di Pupi è personalissimo, senza quella aggressività che altri autori cercano di imporre sulla materia narrata e sulla realtà con la loro cifra”, continua l’autore del libro in sala. “Anche nei riguardi del film horror, lui lo fa a tutti gli effetti, rispettandone i codici ma poi arricchendone il contesto con il suo sguardo. Anche in Salò, certo, c’è la sua firma, ma discreta: non c’è nulla che lui faccia, anche per la tv, che non rispetti quel che gli viene chiesto, e che però sia al tempo un film di Pupi Avati a tutti gli effetti, con tutte le sue cifre stilistiche, ma sempre con discrezione, con quel senso della misura che secondo me è quello che, se da un lato lo rende amabile, lo ha visto penalizzato da parte della critica. Ma il tempo secondo me dà ragione a lui”.

“L’argomento del film di genere, presente nel libro, è una preoccupazione che Pupi ha a livello di prospettiva”, precisa Steve Della Casa. “È molto attento anche a quello che avviene anche dal punto di vista commerciale nel cinema italiano, e alla sua capacità di trovare un pubblico. Praticare il cinema ‘di genere’ è stata una caratteristica del cinema italiano negli anni del suo massimo splendore. Diceva Giuliano Montaldo che se si potevano fare i film di Bertolucci e Pasolini era perché si facevano quelli di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che incassavano, pensate, quasi il 10% del totale nel cinema italiano, consentendo agli altri di sperimentare. E poi c’era un’osmosi tra cinema d’autore e di genere, che si confrontavano continuamente. Nell’horror che fa Pupi Avati, ad esempio, gli effetti speciali hanno un ruolo piccolissimo, il suo è un horror di atmosfera: la paura ti arriva da altre cose”.

A chiudere la pubblicazione, un’interessante ‘raccolta nella raccolta’ tratta da libri, riviste e/o quotidiani, intitolata Fior da Fiore, che a partire dal 1970 fino al 2024 riporta i punti di vista delle più note firme del grande schermo nei confronti del cinema di Pupi Avati: Miccichè, Farassino, Bignardi, Bertetto, Caprara (Valerio), Anselmi, Fofi, Morandini, Ferzetti (Fausto), Rondolino, Tornabuoni, Crespi, Sarno, Kezich, Nepoti, Brunetta, Mereghetti, Rondi, Mancuso, Salvagnini, Giusti, Zappoli e Siniscalchi.

Continue Reading

In Tendenza